Layout del blog

Adolescenz(e) IN RETE – legami virtuali e dipendenza tecnologica
16 febbraio 2025

ADOLESCENZ(e) IN RETE – legami virtuali e dipendenza tecnologica

 

Adolescenz(e)

Parlo di adolescenze, al plurale, perché l’adolescenza è sempre una per una, presa nella sua singolarità. Per la psicoanalisi l’adolescenza non è un dato di natura biologicamente fissato, una tappa della vita uguale per tutti, ma è un modo particolare e unico di soggettivare e di vivere un tempo, che è diverso per ciascun ragazzo/a. Come adulti siamo chiamati ad interrogarci sull’adolescenza, sulla responsabilità che abbiamo nell’accompagnare i ragazzi nella “navigazione” di questo tempo. Nella Rete si naviga per il mondo, attraverso la Rete i giovani saggiano il mare aperto della vita, pacificano il loro desiderio di sperimentazione, di esplorazione, senza alcun limite. Agli adulti tutto sommato questa condizione di viaggio virtuale può far comodo. I loro figli catturati dal cellulare, non perturbano, non domandano nulla, non danno segni di turbamento. Navigano a bagno di questa grande illusione che rischia di intrappolare la vita di molti adolescenti. A fronte dei primi segni di disagio l’atteggiamento prevalente da parte degli adulti è quello della critica, del giudizio teso a dipingere un’immagine dell’adolescente come di un soggetto aggressivo, irrispettoso delle regole, della scuola, dei genitori, degli insegnanti. L’immagine che ne viene fuori è di un adolescente da cui bisogna difendersi, di un adolescente da aggiustare, da riportare alla normalità che tanto pacifica e non chiama gli adulti ad interrogarsi e ad interrogare il “disordine”, che l’adolescente incarna. Gli adulti spesso liquidano la questione delegando la responsabilità di questo “disordine all’età”, ai capricci, alla ricerca di attenzioni.


Spesso questo “self made” dell’adulto serve per non incontrare, per non volerne sapere del disagio del proprio figlio, perché interrogare e ascoltare questo disagio è faticoso, impegnativo, doloroso. Gli adolescenti generalmente, non hanno ancora gli strumenti per mettere in parola il loro malessere, per chiedere aiuto; piuttosto che parlare agiscono, agiscono il malessere invece di verbalizzarlo. Lo agiscono attraverso il sintomo: il ritiro scolastico, il ritiro sociale, l’isolamento, il rifiuto del cibo, l’aggressività, i disturbi psicosomatici. Il “disordine” di cui gli adolescenti si fanno portatori molte volte è un appello, una richiesta di aiuto ad un Altro genitoriale che viene invocato ad accogliere e ad ascoltare quel disagio. La psicoanalisi ci insegna che ogni sintomo oltre ad essere il segnale di una sofferenza è anche una domanda, una domanda di essere riconosciuti, una domanda d’amore. Se questa domanda viene lasciata cadere dall’adulto, se l’adulto non si rende disponibile ad incontrare questo disagio la risposta dell’adolescente sarà inevitabilmente sintomatica. Come adulti è necessario sviluppare dei “sensori” in grado di decodificare il disagio dell’adolescente e rendersi disponibili ad incontrarlo, ad interrogarlo.

 

Il limite della Rete

Paradossalmente il limite della Rete è incarnato dall’assenza del limite. Nella Rete, in un mondo dove quest’assenza del limite fa da padrone, gli adolescenti trovano un facile rifugio che li protegge dall’incontro con il mondo reale dove invece devono fare i conti con il limite, con la frustrazione, con il dispiacere, con l’attesa. Come fare se nessuno adulto ha introdotto l’adolescente nella posizione di saper aspettare, della possibilità dell’inciampo, del fallimento?. Come si può fallire, si chiederà l’adolescente, se nessuno mi ha testimoniato la possibilità del fallimento e che il fallimento è sempre un’occasione di ripartenza?. Se il mondo che l’adulto inscena è un mondo dove tutto è possibile, dove ciò che conta è essere veloci, performanti, come fare ad incontrare il mondo reale in cui invece esiste la possibilità della caduta?. La rete offre e amplifica questa allucinazione onnipotente, questo malinteso, questo inganno: l’inganno di un giardino dell’Eden da cui non si verrà mai sloggiati.


I rapporti in rete subiscono un’accelerazione che preserva dal rischio della delusione che l’incontro reale può comportare. Il legame virtuale offre la disponibilità infinita di una serie di contatti e “amicizie” che possono essere attivate ed escluse con un semplice click; può essere una modalità automatica e conformistica di evitare il cattivo incontro con la sofferenza, con il dolore della perdita, incontro inevitabile nella costituzione della soggettività. La mia personale lettura di questa chiusura autistica nelle rete che ha come deriva sintomatica il noto fenomeno dell’Hikikomori, è che l’uso eccessivo e sintomatico della rete sia articolato alla spinta a tornare fare Uno con il corpo della madre, che sia un ritorno fantasmatico e mortifero al rapporto intrauterino tra la madre e il bambino. Jacques Lacan, psicoanalista francese, chiama questa condizione “tappa fallica primitiva”; si tratta di una indifferenziazione, di una unità totalizzante tra madre e bambino. È una condizione attraversata per il bambino dall’assenza del limite, del dolore e della sofferenza; un vero e proprio giardino dell’Eden da cui non si verrà mai sloggiati; è il paradiso che offre la Rete e che l’adulto nel rapporto con l’adolescente spesso reitera. In molti ritiri sociali, in questa chiusura autistica e drammatica nella rete, solitamente è insita una risposta di resa alla domanda di prestazione che il tempo contemporaneo impone e a cui molti adolescenti rispondono con il ritiro da una domanda vissuta come troppo ingombrante o impossibile da soddisfare. Il ritiro sociale, da questo lato, funziona da supplenza all’impossibilità di reggere la frustrazione che questa domanda comporta; rappresenta una possibilità di costruirsi un utero in grado di annullare l’impatto con la frustrazione.

 

I “nuovi adolescenti”

Oggi si parla di “nuova adolescenza” di “nativi digitali” che si confrontano con la crisi del sistema educativo, che non orienta, che non fa da limite, che non argina il cortocircuitare della pulsione tipico di questa età. La Rete chiama i ragazzi a confrontarsi con contenuti che riguardano il mondo adulto, a provare, vedere e ascoltare cose da adulti senza ancora esserlo. Tutta questa iperstimolazione, questo eccesso inadeguato alle loro risorse, espone gli adolescenti ad una bomba emotiva che non possono tollerare e a cui rispondono sintomaticamente. Gli adolescenti devono adeguarsi al modello dominante della Rete, a una competizione senza tregua: devono essere adulti pur se privi delle coordinate simboliche per poter distinguere tra la realtà virtuale e la vita reale.


Questo può spiegare gli ormai noti fenomeni delle baby gang, della violenza, della aggressività, del sesso privo di protezione, delle challenge a volte mortali a cui gli adolescenti drammaticamente cedono. L’assenza del limite e la mancanza di coordinate simboliche con cui orientarsi, può far credere agli adolescenti che tutto ciò che accade in Rete può essere ripetuto nella vita reale. Se da un lato la Rete offre la possibilità di ritirarsi difensivamente nel paradiso dell’Eden dove nessuna rinuncia è richiesta, dall’altro è proprio questa possibilità a presentificare una trappola mortale. Barricarsi nella rete, è un modo del godimento mortale che punta direttamente alla Cosa, intendendo per Cosa un ritorno a fare uno con il corpo della madre. È il godimento che si ritrova nelle tossicomanie, dove la sostanza punta ad annullare il rischio della perdita e della delusione che può comportare il legame con l’altro.

 

La dipendenza dalla rete

A livello fenomenico la dipendenza dalla rete è sullo stesso piano della tossicomania. Entrambe assurgono come assoluto l’oggetto: l’una il dispositivo tecnologico, l’altra la sostanza. Entrambe presentano delle fasi comuni. La prima è detta tossicofilia, caratterizzata dall’aumento delle ore trascorse davanti al computer, con conseguente perdita di sonno, e da elevati controlli effettuati sia sui propri siti Internet/social. La seconda fase è detta tossicomanica, per cui l’uso della rete diventa così esteso da mettere a rischio la propria vita sociale, affettiva, lavorativa e la propria salute psicofisica. Il versante prettamente patologico dell’utilizzo dei social consiste in un primo tempo in una perdita di controllo e in un secondo tempo, nell’isolamento affettivo e in una sensazione di vuoto terribile perché il mondo reale ormai non ha più nessuna consistenza. Questo vuoto per come avviene nella tossicomania spingerà l’utente a ricercare compulsivamente il dispositivo tecnologico nell’illusione di pacificare l’angoscia.


I campanelli d'allarme

I campanelli d’allarme che segnalano la possibilità di essere divenuti utenti a rischio possono essere: svegliarsi di notte e sentire il bisogno di controllare i social, sentire un vuoto terribile quando non si è più connessi, immedesimarsi nel proprio nickname o personaggio virtuale. Come nelle tossicomanie questi utenti della rete sviluppano in un primo tempo una sorta di “luna di miele” caratterizzata da un forte soddisfacimento e curiosità per lo scibile delle opportunità che la rete offre. L’utente abusatore di Internet si contrassegna allora per alcune caratteristiche simili agli utilizzatori di sostanze stupefacenti. Sorgono problemi nelle relazioni affettive causate dalla sottrazione di tempo e di presenza ai legami reali, assieme alle problematiche lavorative o di studio legate all’abuso della rete/social. Sorgono i primi disturbi psicofisici: problemi visivi, alterazioni del ritmo sonno-veglia, disturbi della condotta alimentare. Questa sostituzione della vita reale con la vita virtuale può servire al soggetto per raggiungere ciò da cui nella realtà si sentiva escluso: amicizie, stimoli, sessualità, riconoscimento, fiducia in se stesso. Negli utenti dipendenti dalla rete possono comparire stati confusionali, allucinazioni visive, tremori, interruzione delle relazioni sociali, ipertermie(eccessi di calore). Tra i sintomi principali ci sarebbero: bisogno di trascorrere un tempo sempre maggiore in rete per ottenere soddisfazione, marcata riduzione di interesse per altre attività, sviluppo di agitazione dopo la sospensione dell’uso della rete, ansia, depressione, pensieri ossessivi su cosa accade on line o sui propri social, impossibilità di interrompere l’accesso alla rete.

 

Adulti: che fare?

Quali risposte dare a questo disagio giovanile? Come adulti non si tratta di demonizzare la rete ma di far acquisire ai ragazzi consapevolezza degli effetti del suo abuso sulla psiche umana per non subire passivamente la devastazione sensoriale che questo abuso comporta. Non si tratta solo di esercitare la funzione del limite, di introdurre solo il “No” ma si tratta di aprirsi al “Si” “Si eccomi dimmi”, esserci. Esserci nella posizione di chi si apre all’ascolto particolarizzato, di chi si interessa alla storia di quel ragazzo, “dimmi cosa non va, cosa ti succede”. Il compito dell’adulto non deve essere quello di sottrarre al ragazzo il dispositivo tecnologico, perché questo aumenterebbe solo l’autodifesa portando il giovane alla negazione del problema e alla cessazione del dialogo. È molto utile invece parlare ai figli della propria preoccupazione come un sentimento umano, invitando con ciò il ragazzo a dare la propria spiegazione e la propria visione. Può essere efficace visitare insieme al proprio figlio i siti che parlano della dipendenza da internet e ne descrivono i sintomi. Non bisogna additare internet come il male, piuttosto come un’attività che come tutte le altre, studio, sport, tempo libero, è soggetta a delle regole famigliari, spiegando quali tempi vengono concessi per questa attività così come viene fatto per tutte le altre. Nella rete i giovani si sentono ascoltati, riconosciuti anche se sul piano immaginario. Il compito dell’adulto è allora trasformare questo incontro immaginario in un incontro reale, facendosi testimone della possibilità di un buon incontro con un Altro reale, tangibile, che ascolta, attento non solo ai bisogni materiali ma anche ai silenzi, al non detto, o a ciò che l’adolescente cerca di dire attraverso il suo disagio. Questa è una possibilità di esserci, di tenere insieme la posizione di apertura e quella del limite.


Claudia Guacci (2025)

 

 

Bibliografia

G. Fumel M., Giovani in Rete, comprendere gli adolescenti nell’epoca di Internet e dei nuovi media, Red Edizioni, 2016

G. Fumel M., Legami virtuali, internet: dipendenza o soluzione?, I ciottoli di Jonas, Milano 2016

Lacan J., Il Seminario Libro IV, La relazione oggettuale (1956-1957), tr.it. tr.it. A.C. J.A. Miller e A. Di Ciaccia, Einaudi Torino 2007

Lacan J., Il Seminario Libro VII. L’etica della psicoanalisi (1959-1960). tr.it. A.C. J.A. Miller e A. Di Ciaccia, Einaudi Torino 2008

Lacan J., L’Aggressività in psicoanalisi, in Scritti Vol. I, tr.it. A.C. G.B. Contri, Einaudi Torino1974

Recalcati M., Cosa resta del padre?, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017

Recalcati M., L’uomo senza inconscio, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010

Recalcati M., Elogio del fallimento. Conversazioni su anoressie e disagio della giovinezza, Erickson, Trento, 2011

 


l'immagine indica il maschile e il femminile nella sessualità
Autore: Claudia Guacci 28 dicembre 2023
La Sessualità non è solo letta tra identità di genere e culturalismo, secondo il binarismo natura contro cultura. Il post propone una lettura terza che è quella della Sessuazione come modalità inconscia di vivere la propria sessualità che non corriponde necessariamente con il dato anatomico. Il concetto di Sessuazione si ritrova nel Seminario XX -Ancora - di J.Lacan
Autore: Antonio di Ciaccia 23 dicembre 2023
Lacan e il linguaggio
l'immagine descrive il modo con cui i ragazzi possono dire di no al bullismo e al cyberbullismo
Autore: Claudia Guacci 23 dicembre 2023
Il post esamina il fenomeno del bullismo e del cyberbullismo e come questo fenomeno viene vissuto dagli adolescenti. in particolare si sofferma sulle figura del bullo e della vittima e sul ruolo svolto dalle agenzie educative - scuola e famiglia - nella prevenzione agli atti di bullismo.
CODIPENDENZA e  dipendenza affetiva e difficoltà a separarsi da relazioni distruttive
Autore: Claudia Guacci 13 dicembre 2023
il post propone uno sguardo sulla dipendenza affettiva patologica e su come i due attori della relazione alimentano reciprocamente la spinta distruttiva a tenere in piedi una relazione disfunzionale. Al centro c'è la nozione di trauma come motore che spinge la persona a ripetere relazioni che lo annichiliscono.
l'immagine descrive il rapporto che la persona intrattiene con le proprie abitudini alimentari.
Autore: Claudia Guacci 4 dicembre 2023
Spesso si hanno delle abitudini alimentari sbagliate che cercano di compensare il senso di vuoto edi angoscia che si incontra nella società attuale. I ritmi serrati a cui siamo sottoposti non ci consentono di coltivare affetti e relazioni e questo può provocare un sentimento depressivo che spesso si cerca di contrastare con un consumo compulsivo del cibo. Al cuore del post si trova la differenza tra mangiare e nutririsi. Dove Il magiare fa riferimento ad una azione meccanica che taglia fuori il piacere mentre il nutrisisi lega il ciboad aspetti emozionali ed affettivi.
L'immagine descrive l'universo giovanile e il modo con cui i giovani socializzano  tra di loro
Autore: Claudia Guacci 4 dicembre 2023
il post propone uno sguardo sull'universo giovanile nella società attuale. Si riscontra una tendenza al consumo di oggetti gadget e alla performatività a discapito delle relazioni e dei valori della convivenza comune. Questo impedisce ai giovani di percepire i loro desideri più profondi.
La dipendenza patologica da sostanza e la polidipendenza
Autore: Claudia Guacci 4 dicembre 2023
il post propone uno sguardo sulla dipendenza patologica da sostanza e sulla sua possibile cura. L'uso di sostanze sostiuisce l'incontro con l'altro della relazione e spesso la sostanza viene utilizzata come modo di autocura dalla sofferenza e dall'angoscia. Oggi si parla di vuotopatie o vuotofobie per indicare la condizione patogena del soggetto contemporaneo che non riesce a sopportare la mancanza, il vuoto e la frustrazione
Share by: