Parlo di Codipendenza a partire da un taglio psicoanalitico e inizierei col dire ciò che non è la co-dipendenza
La Codipendenza non è un disturbo di personalità. La Codipendenza non è neanche una malattia, non è un morbo e neanche una condizione di disabilità psichica. Ma allora cosa è la codipendenza e da dove viene?
Per rispondere sinteticamente alla prima domanda, potremmo dire che la Codipendenza è un costrutto che afferisce a uno dei possibili modi attraverso cui il soggetto tende a fare legame con l’altro, a posizionarsi nella relazione con l’altro.
Ancora la Codipendenza può essere pensata come una delle declinazioni possibili della Dipendenza Affettiva Patologica che implica sempre una codipendenza per il solo fatto che si tratta di una relazione dove sono in gioco almeno due soggetti che alimentano reciprocamente la propria condizione di Dipendenza Affettiva. In altri termini, nella Dipendenza Affettiva si incontra un soggetto controllante/assoggettante e un altro controllato/assoggettato, ridotto/si alla condizione di sudditanza, di estrema adesività ai bisogni del partner. In realtà occorre complessificare il discorso, perché i confini tra questi due posizionamenti – assoggetante/assoggettato - non sono poi così netti e definiti.
Nella Dipendenza Affettiva Patologica, l’assoggettante dipende al contempo dall’assoggettato per la sola ragione che sul piano logico non può sussistere una posizione di dominanza senza l'oggetto da dominare. E allo stesso modo l’assoggettato, chi abita la posizione di sudditanza, assoggetta a sua volta il “padrone”, l'assoggettante, nutrendolo della gratificazione narcisistica dell’ essere “indispensabile per lui”. In tal modo il suddito si trasforma in sovrano, per il solo fatto di farsi figura indispensabile, destinica e ineluttabile tesa a saturare questa gratificazione, senza la quale chi fantasmaticamente agisce il controllo, esperirebbe un senso di angoscia e di vuoto mortifero.
Ora, svincolarsi dalla presa alienante della Dipendenza Affettiva, e qui è un punto importante soprattutto per chi lavora con la clinica, non significa diventare indipendenti.
L’Indipendenza è un mito del discorso del capitalista, uno slogan ipermoderno , una deriva culturale onnipotente destinata a frantumarsi e a diventare, buco, frustrazione intollerabile, spinta nichilistica e distruttiva come risposta all’impossibilità dell’indipendenza. E questo si vede ad esempio con le anoressie, o con le tossicomanie, dove la spinta a farsi ossa o alla tensione tossicomanica possono essere manovre di separazione, di sottrazione da un altro esperito come altro divorante e cannibalico per eccesso di presenza o per assenza disperante.
In altri termini, e qui è il punto, il soggetto è strutturalmente dipendente perché è un soggetto in relazione, ha cioè bisogno di legami per sopravvivere. È un soggetto che si deve necessariamente nutrire dello sguardo e del riconoscimento dell’ altro per poter rispondere all’appello dell’esistenza. Ma nel tentativo di riscattarsi onnipotentemente da questa forma di dipendenza primaria e inalienabile perché lo sguardo dell’ altro in qualche modo non è stato uno sguardo amorevole, il soggetto cerca con la dipendenza patologica una forma di indipendenza delirante, allucinatoria, vitalizzata cioè da una sottrazione impossibile – quella di esistere senza l’altro. Questa sottrazione impossibile, genera angoscia, senso di inermità; angoscia che il soggetto tenderà a reiterare nella fantasia di maneggiarla, precipitando in relazioni avvelenanti –. E dunque il soggetto non è mai soggetto senza l’Altro, senza il riconoscimento dell’ Altro. E la questione del riconoscimento è una delle questioni che ci rimanda alla seconda domanda: da dove viene la Dipendenza Affettiva patologica?, quali i suoi nuclei centrali generativi? Quali i vettori che la sostanziano?
Qui’ è necessario fare riferimento alla nozione di Trauma per come la psicoanalisi lo intende. Uno dei modi di fare trauma, uno dei possibili vettori del trauma è il disconoscimento della domanda d'amore. Il bambino non vuole solo il seno della madre, ma vuole che la madre sia lì per lui e attraverso il suo seno trattiene la presenza della madre. Io voglio essere per te qualcosa, voglio avere per te un valore, non voglio essere solo un tubo digerente. Che cosa soddisfa allora la domanda di riconoscimento? Il riconoscimento della domanda d'amore. La madre non è solo la madre del seno ma in primis è la madre del segno. è la madre che riconosce e accoglie il bambino per la sua particolarità che è al di là del bisogno di nutrimento. è solo questo ascolto particolarizzato, che può riconoscere l'altro nella sua unicità irripetibile che umanizza la vita.
In altri termini, il Riconoscimento implica che l’altro sia desiderato per ciò che non è, che sia accolto per la sua mancanza rispetto al bambino fantasmizzato. Questo può essere sintetizzato nel "Ti amo perchè non sei come ti vorrei, ma ti amerei ugualmente se tu fossi come ti vorrei, se tu lo desideri."Accogliere l'altro è un incontro con la propria mancanza, con la propria castrazione, perchè significa accoglierlo per ciò che non è rispetto alle proprie attese soggettive. Lo sia accoglie come alterità irripetibile,come altro da me, degna d’amore non perché è ciò che narcisisticamente voglio, perché risponde ad un mio ideale, ma perché è anche quello che non voglio, e anche ciò che scompagina i miei piani e la mia esistenza.
Ora se l'Altro Genitoriale lascia cadere nel vuoto questa domanda di riconoscimento, se questa domanda non viene ascoltata, se l’altro viene trattato come ciò che ottura il buco della propria ferita narcisistica, il bambino si significherà come un niente, un nulla; si significherà come un oggetto per qualcun’altro. È dunque il disconoscimento della domanda di riconoscimento impedisce al soggetto di soggettivarsi, di riconoscersi e di significarsi come soggetto e non come “oggetto otturante" alla mercè dell'Altro.
Questo senso dell’essere un nulla, dell’ essere un oggetto tra tanti - attanaglierà il soggetto alla domanda “io esisto per l’altro”? ho valore per l’altro? domanda a cui il soggetto risponderà nell’unico modo possibile che gli è stato concesso e che conosce; “esisti per me a condizione di farti niente, di farti cosa per me”. In questo modo il soggetto ripeterà senza sosta il suo dramma gettandosi dentro relazioni in cui si autorizzerà ad esperire costantemente il senso della propria inermità, il senso dell’ essere oggetto tra tanti altri oggetti.
Ma da dove viene la Coazione a Ripetere del soggetto, questa spinta pulsionale mortifera attraverso cui il soggetto si fa ostaggio di relazioni avvelenanti riducendosi a oggetto per l’altro? E qui il discorso si apre sul nucleo generativo della dipendenza affettiva che rimanda alla nozione di Trauma.
C’è Trauma ogni qualvolta il soggetto subisce qualcosa dall’ esterno; una violenza, uno tsunami, un abbandono, un disconoscimento come soggetto. Potremmo definire traumatico tutto il “reale”, che non riesce a venire simbolizzato, e resta come un’estraneità rigida e inscalfibile, impossibile a dirsi.
C’è Trauma ogni qualvolta il soggetto si trova nell’impossibilità di difendersi, si trova privo di protezione e incontra la nudità e l’inermità della propria vita. Il trauma spoglia cioè la vita dall’abito del simbolico e nel trauma ciascuno incontra lo spavento, l’orrore, la nuda vita.
Il Trauma ci confronta con la fragilità strutturale che definisce l’umano e la vita si rivela come vita passiva, vita fragile. L’ esperienza del Trauma è una esperienza di spaventosa passività in cui l’assenza dell’ Altro o la sua violenza nei confronti del soggetto, acquista i caratteri di una forza incontrollabile e sovrumana.
L’Impotenza che l’evento traumatico impone lascia sempre un resto enigmatico, incomprensibile. Farsi attivi, riproporre il trauma,” scegliere attivamente il ritorno dell’esperienza traumatica” può significare quindi anche tentare così di comprenderlo, di annullarne i lati oscuri. Il soggetto lo ripete nel tentativo fantasmatico di poterlo rimaneggiare come parte attiva, per cambiarne il destino o poterlo annullare.
Esiste poi un aspetto di Fascinazione del Trauma e dell’esperienza traumatica. Nel corso del trauma, la realtà conosciuta si sfuma, si entra in un mondo senza confini. I contorni delle cose si sfumano, c’è un senso di derealizzazione che introduce il soggetto in un mondo privo di confini che lo terrorizza e che lo attrae al contempo. Tutto questo, se non tracolla in una psicosi può trasformarsi in un’esperienza di ricerca dell’eccesso, al pari dell’ esperienza indotta dalle droghe. Può essere vissuto cioè come una libertà imprevista ed estranea che calamiterà il soggetto in una dimensione delle cose istituita sull’assenza del limite, in cui tutto è possibile.
Ed è questo l’aspetto di Fascinazione del Trauma, che può rendere ragione del fatto che il soggetto ripete relazioni psichicamente distruttive.
Questo spiega come la scena contingente, causale del trauma può trasformarsi in Destino, può innescare una ripetizione necessaria. Per il traumatizzato il mondo si chiude nella ripetizione del trauma, il l'evento traumatico viene significantizzato come destino, e da qui si vede come ad esempio , nel caso dei bambini maltrattati, che subiscono il trauma del maltrattamento, il maltrattamento si ripete come una condizione destinale del soggetto stesso, che sceglierà partner maltrattanti, si troverà in condizioni di subire maltrattamenti o diventerà lui stesso soggetto abusante e maltrattante. Ed è quanto accade nelle relazioni di dipendenza affettiva patologica e di codipendenza fondate su modalità psichiche predatorie che non lasciano spazio all’umanizzazione del soggetto.
Quale è la sfida clinica? Come si può aiutare il soggetto assoggettato/assoggettante a umanizzarsi?
Come si può aiutare il soggetto a deragliare dai binari di relazioni fagocitanti e cannibaliche?
Quì entra in gioco la responsabilità del soggetto. Quella che Lacan chiama la scelta soggettiva.
Ora che ci sia stato un evento traumatico, un abbandono, una violenza, una mancanza di riconoscimento della domanda primaria d'amore, è un fatto ineliminabile.
Il soggetto ha subito, contro la sua volontà, l’evento che lo spingerà a reiterare, ciascuno a proprio modo, il trauma. Ma se è vero che il soggetto al tempo della sua caduta, non ha incontrato altri significativi capaci di accogliere la sua unicità soggettiva e di sintonizzarsi con il suo universo psichico, al contempo è necessario chiedersi cosa se ne è fatto il soggetto di questa caduta; quale “scelta” soggettiva ha compiuto dentro questa vertigine abbandonica/divorante. Il concetto di Responsabilità non è sul piano valoriale, della colpa, ma sul piano della scelta come soggettivazione inconscia dell'evento traumatico. La responsabilità è allora sul lato della risposta all'evento traumatico, risposta che dipenderà da come il soggetto ha soggettivato il posto che l'Altro gli ha riservato e da cosa se ne farà.
È necessario chiedersi come il soggetto ha scelto di trattare, la frattura fra le proprie attese fantasmatiche e l’incontro con il reale traumatico che viene dall'Altro.
Nella prospettiva della psicoanalisi, la scelta del soggetto ha a che fare sempre con la risposta soggettiva all’ evento precipitante subito.
E dunque c’è trauma non perché l’evento è traumatico in sé. C’è Trauma perché l’esperienza di quel soggetto significa retroattivamente l’evento del trauma come effettivamente traumatico.
Questo significa che il trauma non dipende dalla qualità dell’ evento, dalla sua intensità, dalla sua brutalità, ma è sempre la risposta del soggetto. è come il soggetto vive l’esteriorità dell’ evento traumatico, a determinare o meno l’esistenza del trauma.
Questo lo si può vedere anche clinicamente. Rispetto ad esempio ad un atto brutale di violenza subito, pensiamo alla violenza tra le mure domestiche, i soggetti rispondono diversamente e anche il loro entourage familiare risponde diversamente. In alcuni casi non se ne può neanche parlare, in altri casi il soggetto reagisce denunciando, allontanandosi dal partner abusante. Questo punto è molto denso ed importante, perché spostare il discorso sulla risposta soggettiva clinicamente è un intervento che può avere una portata fondamentale. Può evitare ad esempio la vittimizzazione del soggetto traumatico; vittimizzazione che chiude il soggetto, incolla il soggetto, destina il soggetto al suo trauma, chiude lo sguardo sul trauma.
Come clinici abbiamo la responsabilità di spostare il soggetto dalle sue identificazioni traumatiche con altri traumatizzanti. Abbiamo la responsabilità di spostare il soggetto dall'Altro traumatizzante all'uso che ne ha fatto.
La responsabilità del soggetto non è come pensava Freud, di aver incentivato il trauma, generato il trauma – teoria della seduzione di Freud- se ti capita questo- se sei abusata è perché hai implicitamente assunto una condizione di complicità con il tuo carnefice – non è questo il punto.Supponiamo un abuso traumatico effettivo, che non implica la responsabilità del soggetto. La responsabilità del soggetto è cosa ne fa dell’ abuso che ha subito. Quella che prima chiamavamo la risposta al trauma. Cosa ne fai di quello che ti è stato fatto. La tua responsabilità non è in ciò che ti è stato fatto, perché questo lo hai subito, passività e inermità. La tua responsabilità è che destino dai a ciò che ti è stato fatto, cosa fai a quello che ti è stato fatto.
Il lavoro difficile, eticamente molto complesso che noi clinici siamo chiamati a fare è quello di disidentificare il soggetto dal suo trauma. Non significa negare il trauma che può aver subito, ma contrastare l’identificazione al trauma. Questo è molto importante perché tanto più il soggetto si identifica al suo trauma tanto più è meno soggetto.
Come clinici abbiamo la responsabilità di riaprire la vita là dove il trauma tende a chiudere la vita.
Claudia Guacci (2018)