La Società Ipermoderna è istituita sulla logica della prestazione. L’imperativo egoico che sembra meglio rispondere all’adeguamento al sembiante sociale è un “plus godere” o meglio un imperativo a godere. Dove per godere, non si intende il godimento erotico-sessuale, ma una spinta cannibalica al consumo dell’oggetto, alla ricerca compulsiva del gadget invidiabile, alla performance perfetta sul lavoro, nelle relazioni amicali, nella rete sociale. I ritmi serrati a cui dobbiamo rispondere per mantenere salda la presa sul mondo, ci impongono una corsa cieca, senza sosta e senza una meta soggettivata, riconosciuta come propria, connessa con i nostri desideri più autentici e profondi.
Si corre, si consuma, e lo si deve fare in fretta.
La società del “Re Mida” potremmo chiamarla, dove tutto ciò che appare sembra essere immerso in un velo dorato, prezioso, scevro da ogni ammaccatura. Una società dall’apparenza lucida, brillante, accecante, capace di rispondere ad ogni bisogno attraverso l’oggetto di consumo.
E in questa rincorsa bulimica alla “Cosa” il rischio più grosso è quello di ingerire svuotandosi, il rischio più grosso è quello di di rimanere affamati. Affamati di relazioni, di desideri, d’amore, di affettività.
Questa rincorsa all’oggetto e al “plus godere”, crea dunque vuoto esistenziale. Costringe a rinunce importanti in termini di tempo da dedicare agli affetti più cari nell’ area familiare e amicale, alle nostre passioni, ai nostri desideri. Oppure il familiare viene sostituito con l’oggetto; per cui si scorre il social, il web invece di dialogare con i propri figli, con il proprio compagno.
Questa condizione di vertigine affannante/affamante istituita sull’ impoverimento relazionale, produce frustrazione, angoscia che possono sfociare in e produrre condizioni stressogene.
In senso psicoanalitico lo stress è uno dei modi attraverso cui si manifesta un’Angoscia, è un campanello d'allarme - nello specifico l’angoscia generata dalla vertigine affannante/affamante. Lo Stress rappresenta la “pressione” di eventi psicologici che causano, nell’organismo, una reazione generale di adattamento che può essere funzionale o disfunzionale ai livelli cognitivo, emotivo, comportamentale e psicofisiologico. Uno dei possibili modi attraverso cui il soggetto cerca rispondere/difendersi da stimoli stressogeni e così di riempire il suo buco esistenziale, la sua voragine affamante, è quello di gettarsi ciecamente in una alimentazione sregolata, veloce, piena di cose ma vuota di scelte tese a valorizzare la percezione di sé e del proprio corpo come dimensioni interagenti e in armonia tra di loro. Si mangia in fretta, senza scegliere. Si mangia per consumare, si mangia per “stare sul pezzo”, per assoggettarsi al culto del sembiante sociale perfetto, per obbligarsi ad una alimentazione vegana o vegetariana che fa tendenza.
Si mangia, appunto. E già l’etimologia della parola mangiare, dal latino manducare – masticare – evoca un movimento meccanico connesso alla dimensione del ridurre in frammenti, in poltiglia per come il delirio del discorso del capitalista ci impone. Dunque la nostra psiche stressata dal tiraggio dell’elastico ipermoderno, tenta fantasmaticamente di allentare la presa attraverso il cibo spazzatura o spazzando il cibo o ancora attraverso alimenti gonfiati e lievitati al punto giusto da tappare il buco esistenziale generato dalla rincorsa affamante all’ oggetto gadget.
Solitamente le persone sotto scacco, in condizioni di stress psico-fisico, avvertono sintomi quali stanchezza, ansia, malumore, affaticamento, perdita della memoria a breve termine, disturbi del sonno. Le situazioni stressogene, comportano un significativo aumento del cortisolo e dell’ adrenalina che sono i due ormoni dello stress. Questi finiscono con l’interferire con l’attività della serotonina, un importante neurotrasmettitore che nel sistema nervoso centrale svolge diverse funzioni che vanno dalla regolazione dell’ umore e del sonno alla sessualità e all’ empatia.
Solitamente dunque, si cerca di compensare questa condizione di malessere confuso e diffuso, assumendo cibi che piacciono, siano essi dolci o salati. Questo perché l’ingestione di cibi piacevoli al nostro palato, porta alla secrezione della serotonina che appunto produce, anche se per brevissimo tempo, una sensazione di benessere. Ecco che, in questo caso, il cibo viene utilizzato come un farmaco, perdendo i suoi connotati emozionali legati al piacere, al desiderio ma anche al livello simbolico della socialità e della condivisione. Da un punto di vista psicologico, acquisire la consapevolezza dell’ uso del cibo come farmaco come risposta a condizioni stressogene e delle ragioni sottostanti che spingono a questa scelta, può consentire al soggetto di elaborare un diverso modo di pensare il proprio rapporto con il cibo e di spostarsi dunque verso scelte più funzionali al proprio benessere psico-fisico.
E ancora l’utilizzo del cibo come farmaco, può far lievitare, ad un livello inconscio, il senso di colpa causato dalla consapevolezza di una scelta alimentare distruttiva per il nostro corpo e per la nostra psiche. Senso di colpa, che può innescare un meccanismo di reiterazione dell’ uso del cibo come farmaco come forma autopunitiva inconscia atta ad espiare l’impossibilità del soggetto al prendersi cura di sè.
In situazioni stressogene è molto difficile riuscire a mantenere le diete alimentari, poiché la nostra psiche già provata da frustrazioni e privazioni tende a riempirsi di altro, piuttosto che a svuotarsi ulteriormente attraverso la rinuncia alimentare. Ma anche nei casi in cui lo stress provochi una perdita dell’appetito e un regime alimentare restrittivo, diventa difficile per il soggetto rinunciare a questo tipo di restrizione alimentare attraverso cui fantasmaticamente “controlla” il suo sintomo.
Si rende dunque necessario, prima di iniziare una dieta, capire i nodi che il soggetto, anche se disfunzionalmente, tenta di sciogliere attraverso lo stress e una alimentazione inadeguata. Dunque se è vero che il soggetto si nutre male perché è stressato, al contempo è anche vero che il soggetto si stressa perché si nutre male. Questo significa pensare ad un regime alimentare che tenga conto in primis, delle abitudini e degli eventi che provocano stress nell’individuo e orientare l’azione del nutririsi come azione mentalmente distante da tali situazioni con l’obiettivo di allentare la presa sull’ associazione inconscia tra cibo e stress. Questo non significa rinunciare al piacere del dolce o del salato ma significa differire la scarica pulsionale in un tempo utile a trasformare il cibo assunto, da cibo farmaco a cibo connesso al piacere e al desiderio. Ciò che va rimodulato non è dunque il cibo ma il posizionamento soggettivo nel rapporto con il cibo o con determinati cibi.
Claudia Guacci (2018)