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Bullismo
23 dicembre 2023

Bullismo

Il Bullismo più avere conseguenze dannose e durature sui bambini/ragazzi. Si possono sviluppare problemi di salute emotiva e mentale, incluse depressione e ansia, che possono portare all'abuso di sostanze e di alcolici e al calo delle prestazioni scolastiche, rifiuto di andare a scuola, isolamento, attacchi di panico. A volte la devastazione è interna e non si vede anche se al di fuori il ragazzo/a vittima di bullismo può non alterare il suo aspetto e può far vedere che tutto va bene. I motivi della chiusura e della impossibilità di mettere in parola il dolore possono essere tanti; La vittima di bullismo per difendersi dal trauma subito può mettere in atto manovre di rinnegamento dell’abuso, può vergognarsi, può provare sensi di colpa per non essere riuscito a reagire. Questa chiusura drammatica può indurre la vittima ad atti autolesionistici e a comportamenti disfunzionali sino, nei casi più gravi, al suicidio. Il Bullismo va preso sul serio. Non è un gioco, non è uno scherzo ma si tratta di un abuso, di un comportamento violento che devasta irrimediabilmente la vita di chi lo subisce. Assistere ad atti di bullismo senza nulla fare o facendo qualcosa, come incitare il compagno a perpetuarli, significa rendersi comunque responsabili di quella violenza. Significa avere scelto – come fa il bullo - la sopraffazione e l’annullamento dell’altro per sentirsi vivo, forte importante.

 

Ma chi è il bullo? Chi è questa soggettività che per darsi valore di esistenza, per farsi notare, per fare legame non ha altro mezzo che il ricorso alla violenza?

Il fenomeno del Bullismo chiama in campo il tempo dell’Adolescenza che è un tempo di grandi cambiamenti segnati da paure, angosce, enigmi. Il ragazzo/a non si riconosce più nel corpo che abita, diciamo che si sente abitato dal proprio corpo che è un corpo fuori controllo. Iniziano a farsi sentire le prime pulsioni sessuali, l’aspetto fisico inizia a cambiare. Il corpo non è più quello del bambino ma neanche quello di un adulto. L’Adolescenza potremmo dire è un tempo sospeso, in cui il ragazzo/a può incontrare grosse difficoltà a trovare un posto, a riconoscersi. Tutto ciò provoca disorientamento, smarrimento. I punti di riferimento saltano perché il ragazzo si smarca dall’essere alienato all’Altro genitoriale e attiva il processo di separazione che però lo tiene ostaggio di un oscillazione tra il continuare ad essere “il bambino suo maestà”  -  diceva Freud – l’oggetto che occupa un posto privilegiato nel desiderio materno, e la ricerca di una propria singolarità al di là di questo desiderio. Ci troviamo nel passaggio dallo stadio di alienazione a quello di separazione come Lacan ci insegna. In questo passaggio l’essere bullo può rappresentare un tentativo fantasmatico di ricucire lo strappo identitario. “Sono un bullo” almeno sono qualcosa, mi identifico, ho una identità. Essere bullo è un modo per darsi un nome, in un tempo come quello dell’adolescenza in cui si fatica a trovare un proprio posto.


Il Bullo non è uno forte ma è un ragazzo fragile, figlio a sua volta di famiglie bulle. Un ragazzo che probabilmente non è stato mai ascoltato, che magari ha subito a sua volta violenza domestica; un ragazzo con grosse difficoltà ad abitare il legame sociale e che usa la violenza per rinnegare e coprire il suo essere fragile e impotente. Questo spiega perché i bulli attaccano sempre i ragazzi più deboli. In realtà a causa di un meccanismo che Melanie Klein – psicoanalista britannica/austriaca - chiamava identificazione proiettiva, il bullo attacca la debolezza dell’altro per attaccare la propria debolezza che non accetta, e nientificando l’altro, distruggendo l’altro, il compagno, distrugge se stesso. La Vittima è anche essa nella stessa posizione ma dal lato opposto. È pronto a sacrificare se stesso per poter credere che esista il traguardo di una forza inscalfibile a cui lui non può avere accesso. In questo modo alimenta inconsapevolmente e inconsciamente, specchiandosi nel bullo, la promessa fantasmatica che ci sarà un tempo in cui anche lui/lei troverà la sua forza. La loro posizione è dunque complementare. È la posizione di chi rinvia all’altro quello che non può riconoscere su di sé che si tratti di forza o di debolezza. 


Questo spiega perché attorno al bullo o alla vittima si consolidi sempre una costellazione di posizioni che si dispongono intorno alla vittima o al carnefice per brillare di luce riflessa facendosi difensori o istigatori. Diciamo che in qualche modo la figura del bullo e della vittima sono complementari. Spesso sia per il bullo che per la vittima collocarsi in quella posizione è un modo per dare una unità ad una soggettività precaria e frammentata. Potersi dire debole, vittima, perseguitato o bullo è sempre più rassicurante che non riuscire a definirsi affatto. Inoltre la vittima  e il carnefice sono uniti da comune sfiducia nella possibilità degli adulti di capire i loro problemi e comporta di conseguenza un distanziamento da loro.


A differenza del bullismo, il Cyberbullismo può raggiungere le proprie vittime ovunque, in qualsiasi momento. Può causare gravi danni, perché si rivolge rapidamente a un vasto pubblico e lascia un'impronta permanente online per tutti i soggetti coinvolti.


LA FUNZIONE DELLE AGENZIE EDUCATIVE (SCUOLA E FAMIGLIA)

La funzione genitoriale nella prevenzione dei nuovi sintomi come anoressia, iperattività infantile, tossicomanie e fenomeno del bullismo non può essere slegata da quella che Massimo Recalcati -  noto psicoanalista nel panorama della psicoanalisi nazionale e internazionale -  chiama l’ “Evaporazione del Padre”. Dove per Padre, non si intende il papà, ma la funzione del limite del “non tutto è possibile”.

Si tratta del “No” che umanizza la vita. Freud nel saggio del 1929 “Il disagio della civiltà” si interrogava sulle ragioni della infelicità umana che, ci dice, trova le sue radici in un conflitto inevitabile tra le esigenze individualistiche della pulsione e i limiti imposti dalla realtà sociale. Affinchè la vita di una comunità possa svolgersi, nessuno può fare ciò che vuole, senza tenere conto di leggi, limiti e di norme che regolano la civiltà, . Per cui l’essere umano è obbligato a rinunciare al proprio soddisfacimento immediato per ottenere l’appartenenza alla comunità umana. Oggi invece l’imperativo sociale che predomina, è quello della spinta al “Godimento” della soddisfazione senza limiti.

L’imperativo sociale al dovere, che per Freud orientava il programma della civiltà, oggi è stato sostituito dall' l’imperativo del godimento come dovere. Si assiste ad una spinta al consumo di oggetti che il mercato offre in modo illimitato e globalizzato. In questo senso possiamo parlare di un declino del limite, del “No”. La tracimazione della funzione orientativa incarnata dalla legge del Padre come funzione del limite, ha prodotto nel tempo ipermoderno, dispersione e smarrimento.


I “nuovi sintomi” non sono “sintomi nuovi” – la depressione esisteva già ai tempi di Freud  - oggi ciò che cambia è la funzione del sintomo. Se un tempo il singolo era confrontato con un eccesso di identità sociale granitica, a cui doveva rispondere, oggi la situazione sembra essere rovesciata. Nel tempo ipermoderno, abitato dalla “Evaporazione del Nome del Padre” il sintomo risponde ad una assenza della funzione orientativa, ad una assenza di identità. Oggi i sintomi sono più collettivi che individuali, perchè funzionano da marchio di riconiscimento in assenza di identità individuale. Ci si riconosce in questi ultimi come luoghi in cui reperire una identità. Il sintomo non produce solo sofferenza ma anche una certa forma di identificazione; pur dicendo qualcosa della sofferenza di un individuo,  ilsintomo può diventare uno strumento per darsi un nome.


Nella cornice dell’evaporazione del limite e del collasso del discorso educativo possiamo leggere il fenomeno del bullismo. L'assenza di garanzia della funzione orientativa e la difficoltà a reperire punti di riferimento e di guida tra gli adulti può disorientare i ragazzi, e dirsi, nominarsi, bullo in questa direzione, può essere meglio che non essere nulla. Da questo taglio il Bullismo appare più come un appello alla funzione del limite, un appello al padre, una sorta di provocazione che chiama in campo un Altro capace di dire “NO”, di arginare il cortocircuitare della pulsione che si traduce nel caso del bullismo in violenza e aggressività.


Per quanto concerne il Discorso Educativo, se davvero il comando sociale è cambiato e spinge, non alla rinuncia, ma al consumo illimitato di oggetti, diventa sempre più difficile per i genitori ed educatori introdurre la dimensione della regola, insegnare ai giovani il valore del limite e della Legge. Legge che non è da intendersi come legge cieca, la legge del padre-padrone, ma come operativo logico che aggancia il limite al desiderio, perché perchè  soltanto introducendo una rinuncia pulsionale, soltanto abitando la propria mancanza, il soggetto può interrogarsi su cosa desidera ed essere mosso a cercarlo nel campo dell'Altro. Ma nel tempo dell’evaporazione del limite, introdurre la Legge è diventato angosciante. I Genitori evitano il conflitto con i figli, temono di frustrare le loro aspettative e le loro richieste. A queste rispondono spesso, con l’offerta dell’oggetto di consumo, volta a saturare la loro domanda “Ti do questa cosa così ti accontento, ti do questa cosa basta che stai buono e zitto!” I genitori contemporanei hanno paura di vedere soffrire i ragazzi e per loro diventa sempre più difficile insegnare ad essere in grado di tollerare l’attesa e la distanza tra il momento della richiesta e quello della soddisfazione.


I Ragazzi delle famiglie contemporanee rifiutano le regole e sono spesso aggressivi: ciò si spiega alla luce della mancanza della regolazione del limite. Di conseguenza quando i ragazzi incontrano la regola a Scuola fanno fatica ad iscriversi in un discorso sociale e producono sintomi di disadattamento. A causa di questo indebolimento della funzione orientativa paterna - funzione che non fa necessariamente riferimento al padre, ma è da intendersi come operativo logico e in quanto tale può essere esercitato anche dalla madre o in generale da qualunque altro caregiver – le posizioni tra genitori e figli sono sempre più simmetriche o sbilanciate. I Genitori si occupano dei figli come se fossero adulti o al rovescio si occupano dei figli come se fossero fratelli abitando una condizione di ostinata adolescentizzazione. Gli Adolescenti, dal canto loro, sono abituati al rapporto paritario con l’Altro genitoriale. Il “No” che i genitori contemporanei faticano a pronunciare è un “NO” che apre ad un orizzonte di senso ancora inesplorato, un “NO” che lascia intravedere la prospettiva futura di un “Si”. Non si tratta solo di inscrivere il No per produrre una mancanza, una curiosità, ma si tratta come genitori ed educatori di aprirsi anche al “Si”.


Al di là di ogni buona intenzione, se ci si rivolge a dei ragazzi sanzionandoli come provocatori o confortandoli in quanto vittime, l’esito più probabile è quello di finire per confermarli nella falsa identità che quel ruolo assicura. La Psicoanalisi ci insegna che il disagio è sempre portatore di una domanda che è desiderio di essere amato e riconosciuto dall’Altro. Quando questa domanda viene lasciata cadere, quando il ragazzo non incontra una Figura genitoriale che lo particolarizzi, che lo riconosca per la sua singolarità, il passaggio all’atto o l'acting out del bullo o della vittima ci parlano di questa congiuntura.


La Vittima e il Carnefice sono uniti da comune sfiducia nella possibilità degli adulti di capire i loro problemi e questa sfiducia produce  un distanziamento dagli adulti di riferimento. È necessario allora rivolgersi ai ragazzi per accompagnarli a domandarsi che cosa li ha condotti a quel punto. È necessario dislocare la loro identificazione dall’essere vittima o bullo per agganciarla ad altri significanti che vadano al di là e che sublimano la pulsione verso mete e progetti che parlano dei loro desideri. Questo non significa non introdurre il no, la sanzione, perché gli atti di bullismo vanno sanzionati. A partire dal no si stabiliscono i presupposti per costruire il sistema delle regole, il patto che metterà in relazione l'Adolescente con il suo mondo. È necessario introdurre il limite, il simbolico, quella che Lacan chiamava il NDP (Nome del Padre), per consentire al soggetto di partecipare ad un discorso sociale ma non basta. Il padre simbolico, ci dice Lacan, non è solo il padre del no ma anche il padre del si.


Come risponde la Psicoanalisi alla domanda posta da un sintomo di un adolescente?. Ascolto diceva Lacan, che significa non focalizzarsi sul sintomo; certo si parte di lì ma l’obiettivo non è la guarigione a tutti costi, la normalizzazione ortopedica. Innanzitutto bisogna domandarsi cosa il ragazzo esprima attraverso il suo sintomo, bisogna offrire al soggetto la possibilità di formulare il proprio disagio attraverso la parola: dire ciò che non va. Occorre quindi chiedersi come sia possibile suscitare nell’adolescente la dimensione del desiderio, dimensione necessaria affinchè egli possa costruire un proprio progetto di vita. Bisogna dunque interessarsi alla storia del ragazzo, a quello che ha da dirci e bisogna farlo dalla posizione dell’ignoranza, del non sapere, perché la sua storia non è il nostro sapere ma appartiene al sapere e alla parola del soggetto. Si eccomi ! Dimmi! È questa la posizione di chi si apre all’ascolto particolarizzato, di chi si interessa alla storia singolare di quel ragazzo, perché mettere in parola i propri vissuti è l’unico modo per autorizzarsi a ripartire o per non cadere nel buco nero dell’abuso e della violenza.


Claudia Guacci. (2022)

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