Articolo pubblicato su "Notizie Emmanuel" rivista di informazione e formazione sociale della Comunità Emmanuel di Lecce.
Il presente articolo, senza alcuna pretesa di esaustività, propone una riflessione sul processo delle Dipendenze patologiche da sostanze, con un taglio clinico che fa riferimento alla teoria psicoanalitica di Sigmund Freud[1] e di Jacques Lacan[2].
Per Dipendenza patologica nelle sue forme e declinazioni eterogenee con cui si manifesta - Gambling, Sex Addiction, Dipendenze Patologiche da Sostanze, Shopping compulsivo, Disturbi del comportamento Alimentare (DCA) Internet Addiction Disorder (IAD), Hikikomori[3] - si intende un processo psichico attraverso cui il soggetto tenta disperatamente e in modo distruttivo di sanare la propria mancanza ad essere o se si vuole il proprio vuoto esistenziale.
Nel caso specifico delle Tossicomanie una certa letteratura[4], suggerisce di guardare alla dipendenza patologica da sostanza non come al problema ma come “soluzione” al problema. Il tossicodipendente, a livello inconscio esperirebbe un disagio psichico, che in quanto enigmatico, indecifrabile, genera angoscia. Attraverso la sostanza cerca di pacificare questa angoscia e di trattare il proprio nucleo traumatico. Utilizza la “droga” come sostituto del farmaco con funzione di autocura.
L’uso di droghe può quindi essere legato al tentativo di controllare e/o eliminare la sofferenza. Oggi Si parla di vuotopatie[5] o vuotofobie, per indicare la condizione patogena del soggetto contemporaneo che non riesce a tollerare il vuoto, la mancanza. Il soggetto contemporaneo, tende a rincorrere l’oggetto gadget come supplente della relazione, dell’affettività. Questa cieca rincorsa spinge alla compulsione del riempimento (Tossicomania). Tuttavia si tratta di un riempimento effimero, illusorio, compensativo, che spesso finisce con il precipitare il soggetto nella ripetizione della rincorsa all’oggetto ad infinitum.
Questa condizione nelle tossicomanie può alimentare il senso di solitudine, di vuoto esistenziale generando il paradosso di un riempire che svuota. Dentro questa cornice l’Oggetto, la Cosa, la Sostanza, finisce con il liquidare il soggetto causando un senso di frammentazione del sé che il tossicomane tenta di sanare attraverso la sostanza. In molte tossicomanie o anoressie l’uso del significante “tossico” <<sono un tossico>> o “anoressica”<<sono una anoressica>>, può funzionare per il soggetto da marchio, da tatuaggio che compatta il senso di una identità sbriciolata. Il dirsi “Io sono un Tossicodipendente” può diventare una modalità rassicurante - per quanto distruttiva - del darsi esistenza, un modo per inscriversi nella rete dei sembianti sociali.
Paradossalmente il negare la vita diventa un modo per darsi la vita, per conferirsi un senso: il senso dell’ “essere un tossico”. In questa direzione, la sostanza diventa vettore di morte (Thanatos) e di Vita(Eros), di piacere, di energia vitalizzante, pacificante, analgesica al vuoto esistenziale, o al senso dell’essere un nulla, un non senso. Nelle tossicomanie si incontra spesso una quota di onnipotenza. Nel discorso contemporaneo la questione della perdita, della rinuncia spesso viene forclusa.
Il soggetto si spinge al superamento del limite sul piano personale e interpersonale. Il nostro tempo impone il mito onnipotente della “Indipendenza”; mito che è destinato ad infrangersi nell’impatto con l’impossibilità dell’indipendenza. In altri termini non può esserci soggetto senza l’altro, il bambino preleva i significanti dall’altro e li fa suoi. Il soggetto è strutturalmente dipendente per il solo fatto che non può esserci vita senza relazioni, senza legami.
Nel caso delle tossicomanie, questo passaggio spesso salta. Si può incontrare una quota di onnipotenza nel cercare di svincolarsi dalla dipendenza dall’altro senza passare dall’altro, saltando in altri termini, il rischio presente in ogni relazione, della perdita e della separazione. Il paradosso vuole che il soggetto dipendente patologicamente, per proteggersi dal rischio che la dipendenza strutturale e la relazione comporta, usi la sostanza per vivere senza l’altro, per non esperire il lutto della separazione e della perdita.
Nel tentativo di riscattarsi onnipotentemente da questa forma di dipendenza strutturale e inalienabile, il soggetto tossicomane tenta con la dipendenza patologica di attualizzare una forma di indipendenza delirante, allucinatoria, vitalizzata da una sottrazione impossibile – quella di esistere senza l’altro. In altri termini l’uso della sostanza può diventare una manovra di separazione dall’altro che in genere è l’Altro genitoriale. Il paradosso vuole che il tentativo di “Indipendenza” immaginaria incolli distruttivamente il soggetto tossicomane alla dipendenza patologica dalla sostanza con la quale cerca di sanare il senso di angoscia e di vuoto causato dalla negazione dell’altro.
Come può risolvere il tossicomane la dipendenza dalla sostanza?
Sul piano clinico le soluzioni possono essere diverse. In fase di avvio della cura, il trattamento comunitario può essere più efficace di qualunque trattamento psicoterapeutico della parola, perché il trattamento comunitario è in grado di operare più efficacemente un taglio nel reale del godimento, di mettere un limite, un argine alla spinta cannibalica e compulsiva alla sostanza. Non credo che la cura delle dipendenze patologiche da sostanza possa essere sganciata da un campo istituzionale.
Come clinici all’interno di questo setting, un quesito può essere di disidentificare, decostruire la gabbia simbolica che è la gabbia di una vita in cui il soggetto è entrato identificandosi come “tossico” per aprire alla possibilità di inscrizione in una catena di significanti altri che non chiudano il soggetto sul suo tatuaggio mortifero “dell’essere un tossico”.
La cura delle tossicodipendenze, ritengo, che non preveda un tempo di soluzione. Si potrebbe dire che è cura della vita per una vita.
Il soggetto tossicomane, rimarrà per sempre esposto al rischio di “ricaduta”. Quello che si può governare è invece questo rischio. Soltanto accettando l’impossibilità a vivere senza l’altro e rinunciando al potere seduttivo della sostanza come cura, il tossicomane può autorizzarsi a darsi una possibilità soggettiva di esistenza altra, vitale, generativa e creativa.
Claudia Guacci (2022)
[1] Sigismund Schlomo Freud, noto come Sigmund Freud,
IPA:
['zɪkmʊnt 'fʀɔ͡ʏt] (Freiberg,
6 maggio
1856 –
Hampstead,
23 settembre
1939) è stato un
neurologo,
psicoanalista e
filosofo
austriaco, fondatore della
psicoanalisi, sicuramente la più famosa tra le correnti teoriche e pratiche della
psicologia.
[2] Jacques Lacan (Parigi, 13 aprile 1901 – Parigi, 9 settembre 1981) è stato uno psicoanalista, psichiatra e filosofo francese[1].
[3] Con il termine Hikikomori si tende a descrivere una particolare sindrome che colpisce giovani e giovanissimi. “Stare in disparte, isolarsi” è il significato della parola Hikikomori, termine giapponese che deriva dal verbo hiku (tirare indietro) e komoru (ritirarsi) (Moretti, 2010). Questo termine nasce per definire un fenomeno caratterizzato principalmente da ritiro sociale (social withdrawal) e una volontaria reclusione dal mondo esterno.
[4] Gabbard G.O., +39+393209711426, Psichiatria Psicodinamica - Milano: Raffaello Cortina Editore
[5] Bonasia E.,+39+393209711426, Le Vuotopatie, Franco Angeli Editore